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Bucintoro del 1727
Il Bucintoro commissionato dal Senato nel 1719 segna la tappa conclusiva della storia del Bucintoro in quanto, come è noto, esso fu distrutto dai francesi – come atto di scherno – quando la Serenissima venne consegnata all’Austria. L’ultimo Bucintoro fu costruito sotto la direzione dei lavori del proto Michele Stefano Conti, nel mentre i lavori della parte decorativa e monu­mentale, con le statue e gli intarsi, vennero affidati allo scultore Antonio Corradini. Questo barca fu impiegato nella sua aurea bellezza a partire dal 1729. Aveva una lunghezza al galleggiamento pari a 100 piedi veneti (un piede veneto risulta pari a circa 0,348 metri), e quindi 34,80 metri, nel mentre la larghezza "alla bocha" era pari a 21 piedi e cioè circa 7,30 m. Sul ponte inferiore erano sistemati 21 banchi per lato e ad ogni Banco vogavano quattro re­matori per singolo remo (voga del tipo a "scalocio") di lunghezza attorno ai trenta piedi ve­neti (10,44 metri). Sul ponte superiore prendevano posto il Doge con il suo seguito di dignitari e nobiltà: sopra la parte scoperta prodiera, la "palmetta di prora", prendevano posto i "comandadori" ducali con le insegne della Serenissima ed i "proti" dell'Arsenale; seguiva la parte centrale con la copertura del grande tiemo a volta di botte, sostenuta da cariatidi, entro cui c'era la grande sa­la per i dignitari; subito dopo, pure coperto dal tiemo, era sistemato il gabinetto di poppa, de­stinato al Doge ed agli ambasciatori stranieri, che sopravanzava la sala dei dignitari di due gra­dini; il gabinetto del doge si elevava a baldacchino verso poppa estrema a cui era appeso lo sfarzoso drappo cremisi che scendeva fino a lambire l'acqua del mare; tra la sala dei dignita­ri e quella del Doge si elevava sopra il tiemo il pennone con appeso il gonfalone della Sere­nissima, con il leone alato. Il comando in navigazione era affidato all'Ammiraglio dell'Arsenale, che prendeva posto nel giardinetto laterale poppiero, coadiuvato a prora dall'Ammiraglio del porto del Lido e presso il timone da quello del porto di Malamocco, nel mentre il pilota saliva sul tetto del tiemo pres­so l'albero.
Il testo di Antonio Maria Luchini fornisce dovizie di particolari che descrivono le parti monumentali, a partire dalla analitica descrizione di ogni minimo particolare architetto­nico e di tutte le configurazioni scultoree assieme alle decorazioni ed i fregi, risultando la par­te squisitamente monumentale della nave d’oro, "tutta con oro finissimo diligentemente dorata dal doratore Giovanni Adami Veneto".
Vediamo allora la descrizione che Antonio Maria Luchini riporta ne La nuova regia su l’acque nel Bucintoro nuovamente eretto, 1729:

Ma anche Goethe, in Viaggio in Italia, parla del Bucintoro:

5 ottobre 1786.
Per esprimere in due parole che cosa è il Bucintoro, lo chiamerò una galea da parata. Il Bucintoro antico, del quale rimangono le riproduzioni, giustifica questa espressione più ancora del moderno, il quale con tutta la sua magnificenza ci fa dimenticare la sua origine. Insisto sempre nella mia antica idea: date ad un artista un soggetto veramente buono, ed egli produrrà qualche cosa di buono. Nel caso nostro all’artista era stato dato il compito di costruire una galea, che fosse degna di portare i capi della repubblica, nel giorno solenne che consacra il tradizionale dominio del mare; un tal compito è stato eseguito alla perfezione. La nave è già per sé tutta una decorazione; non si può dire quindi che sia sovraccarica di ornamenti; è tutto un cesello d’oro, e del resto non serve ad altro; è un vero e proprio ostensorio, che serve a mostrare al popolo i suoi principi, in tutta la loro magnificenza. Si sa che il popolo, come ha una predilezione per adornare i suoi capelli, così ama vedere anche i suoi superiori in abito elegante e sfarzoso. Questa nave di gala non è che un autentico mobile d’inventario, che ci ricorda in modo tangibile quello che i Veneziani furono, o si lusingarono di essere.

Infine, sono davvero numerose e notevoli le documentazioni artistiche dell’ultimo Bucintoro.



Il 9 gennaio 1798 gli intagli e le statue dorate della nave dogale furono distrutti a colpi di ascia dai francesi: accatastati nell’orto di S. Giorgio Maggiore furono dati alle fiamme. Il rogo durò tre giorni. Le ceneri furono portate a Milano per trarne l’oro delle dorature. I pochissimi frammenti decorativi che si salvarono dalle fiamme sono conservati al Museo Correr di Venezia. Fu risparmiato solo lo scafo, seppur privo del secondo ponte: prendendo il nome di Prama Hydra fu messo a guardia dell’imboccatura del porto del Lido come batteria costiera, armata da cannoni. Poi lo scafo tornò in Arsenale, dove era nato secoli prima. Lì rimase fino al 1824, anno della demolizione definitiva. Fortunatamente, prima della demolizione il marchese Amilcare Paulucci delle Roncole, vice Ammiraglio dell’Imperial Regia Marina Austriaca, fece eseguire all’ingegner Giovanni Casoni il modello in scala 1:10 che attualmente è conservato presso il Museo Storico Navale di Venezia. Tale modello riproduce con la maggior fedeltà possibile l’ultimo Bucintoro.



Introduzione
Il Bucintoro del 1311

Il Bucintoro del 1526
Il Bucintoro del 1606